La chimica salvò Primo Levi

Inviato da Redazione Ustation il 27 gennaio 2010

Sarebbe stata la conoscenza della chimica ad aver salvato Primo Levi e condannato il suo amico Alberto durante la permanenza nel campo di concentramento di Auschwitz. E' la tesi di Luigi Dei, docente di chimica fisica all'Università di Firenze, che ha curato la raccolta di saggi "Voci dal mondo per Primo Levi. In memoria, per la memoria" edito nel 2007 dalla Firenze University Press e che abbiamo intervistato. Uno dei contributi di questo volume porta la firma dello stesso Dei. Ne pubblichiamo qui un breve stralcio:

"Voglio tornare indietro col pensiero ai camini di quei crematori e fissare l'attenzione su quel fumo (...) e mettermi a cavallo di un atomo di carbonio, affratellato con i suoi fedeli gemelli d'ossigeno, a costituire una dei miliardi di miliardi di molecole di anidiride carbonica, frutto della combustione di quei poveri corpi (...). E vedere la molecola di anidride carbonica sciogliersi chissà quante volte nell'acqua dei fiumi, dei laghi, dei mari e riemergerne nella schiuma di un'onda marina o negli spruzzi di una cascata. Epoi finalmente, come d'incanto, posarsi sul cloroplasto di una cellula vegetale e, illuminata da un raggio di sole, grazie a quella mirabile serie di reazioni chimiche, biochimiche e fotochimiche che vanno sotto il nome di fotosintesi clorofilliana, abbandonare il grande libro della chimica inorganica e rituffarsi nelle pagine del Beilstein, dei grandi trattati di chimica organica, fino a ricostituire una molecola di glucosio. E poi seguire quest'atomo nella dimerizzazione a cellobiosio e infine vederlo nella grande architettura della cattedrale cellulosica e pertanto uscire dai tomi della chimica organica ed immergersi di nuovo in quelli della biochimica e della biologia molecolare. E posso immaginare che quest'atomo abbia fatto poca strada, qualche centinaio di chilometri in linea d'aria a nord, per finire nel fusto di un albero di una foresta svedese e, alla fine, in uno di quei mobili che vanno oggi tanto alla moda. Oppure potrebbe aver fatto più strada, in direzione opposta, verso il sud, per finire su un fiocco di cotone di una piantagione turca e poi, dopo filatura e tessitura, in una delle nostre T-shirt. O infine, ipotesi più suggestiva in assoluto, aver arrestato il volo a metà strada tra Polonia e la Turchia, per planare sull'erba di un pascolo alpino e quindi, dopo una serie di mirabili reazioni chimiche che vanno a costituire la catena alimentare, arrivare fino dentro di te, lettore, a formare una dei miliardi di miliardi di miliardi di molecole che albergano nel tuo corpo. E dopo settantadue anni, dunque, ritroveremmo una traccia di Alberto proprio qui dentro di noi, molto più vicino di quanto qualsiasi altra nozione di memoria possa suggerirci. E confesso che mi vengono i brividi a pensare che un solo atomo di Alberto mi abbia ascoltato o possa leggere insieme al corpo in cui dimora questa mia testimonianza (..)." - Luigi Dei.


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