Internet e il futuro dell'industria editoriale

Inviato da Redazione Ustation il 19 febbraio 2010

Che Internet abbia modificato il mondo di fare informazione e soprattutto i suoi modi di fruizione, non è più in dubbio. Ma l'industria culturale, che negli anni precedenti alla rivoluzione del World Wide Web si è irrigidita sulla sua autoreferenzialità, come sta rispondendo a questo mutamento epocale?
Dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, i "vecchi", storici newspapers si buttano adesso pesantemente sul web per riuscire a sopravvivere economicamente in un mare di informazioni che adesso sono alla portata di tutti. E la domanda che spesso si fa, come all'epoca dell'avvento della televisione rispetto alla radio, è: i mezzi di informazione tradizionali resisteranno o lasceranno il passo ai nuovi media, scomparendo così dalla scena definitivamente?

«Da quando Internet è arrivato - ci dice in un'intervista Giovanni Arata, giornalista freelance e analista di Internet, collaboratore di Nòva del Sole 24 Ore e Punto Informatico - ha modificato prima di tutto le pratiche di fruizione dell'informazione e poi di produzione. Lo ha fatto per decenni e sempre in modo più accelerato man mano che il World Wide Web prima e il cosiddetto "internet sociale" dopo si sono affermati. Adesso ci troviamo in una fase che è facile definire "esplosiva", nel senso che la disponibilità di una quantità sempre più vasta di canali per informarsi, da un lato, e la possibilità, dall'altro, di generare informazione, ha fatto esplodere quello che era l'ecosistema dell'editoria pregressa. In questo momento nell'industria editoriale sta succedendo quello che qualche anno fa è successo all'industria musicale e del cinema, che si sono viste scavalcate dalla condivisione di file online».

Nonostante la cosiddetta "convergenza" tra i mezzi tradizionali e le nuove tecnologie, anche in ambito editoriale, sia già in atto da anni, non mancano le sfide e i rischi per l'industria culturale.

«In Paesi, negli Stati Uniti ad esempio - dice Arata - dove non esistono sovvenzioni di Stato all'editoria come in Italia, si è vista nell'ultimo anno la chiusura di un numero molto alto di giornali vecchi magari di secoli e la transizione online di altri che prima pubblicavano in cartaceo. I rischi sono elevati, perché se nello scenario pre-Internet le industrie editoriali godevano di una sorta di monopolio sulla produzione e distribuzione delle informazione, l'esplosione di fonti e di possibilità per i cittadini di diventare editori di se stessi rischia di far crollare i loro modelli di business. In Italia e anche in altri Paesi - continua Arata - si stanno facendo dei tentativi per adattarsi al nuovo scenario. Prima di tutto serve aprirsi ai nuovi strumenti».

«Ma lo scenario futuro sarà quello di ripensare alla propria offerta di contenuti, puntando sulla qualità delle penne importanti all'interno delle redazioni, magari ultimamente relegate dietro una scrivania. A fronte di un'offerta di informazione sterminata, il giornalismo di qualità premierà e potrebbe diventare una chiave anche per far pagare alcuni contenuti editoriali. Accanto a questo però - conclude Arata - sull'evoluzione del ruolo dei giornalisti, l'unica evoluzione possibile, a meno di estinzione, è quella di una crescente integrazione con ciò che viene dalla rete sociale, con quello che i cittadini reporter o i blogger producono. A quel punto il giornalista smette di essere l'asse focale e unico del momento informativo, per diventare aggregatore intelligente. Il giornalista di domani dovrà sapere raccogliere i migliori spunti e le domande che vengono da fuori, mantenere le proprie capacità di analisi e di scrittura e imparare a dialogare con quello che chiamava pubblico e che invece adesso è diventato suo collaboratore nel confezionamento delle storie».


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