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Figli di un Do minore?

Scritto da Riccardo Marra il 08 febbraio 2012

Dopo la "lista" di Umberto Palazzo, abbiamo chiacchierato con Giuseppe Iacobaci dei Long Hair in Three Stages, musicista che si definisce sottoproletariato musicale: outsider, senza contatti, senza etichetta, puro fai-da-te. Quando il cachet non è neanche garantito...

I catanesi Long Hair in Three Stages sono una band da "sottoproletariato musicale", o almeno è così che piace definirla al leader e cantante Giuseppe Iacobaci. L'ironia è d'obbligo forse, o forse no. Perché se Umberto Palazzo ha parlato di due fasce di guadagno nel rock italiano, c'è un marasma di piccole band che sta sotto ai parametri e che fa una fatica matta per sopravvivere.

Giuseppe, partiamo dalla lista di Palazzo. Se le due fasce che lui tratta sono la Serie A e la serie B del rock italiano, band tipo i Long Hair e molte altre come la vostra sono la serie C? Ti va di svelarci il vostro di cachet? Detesto le metafore calcistiche, che peraltro qui ci relegherebbero al calcetto del giovedì fra scapoli e ammogliati. Siamo degli outsider, semplicemente, privi di contatti, di etichetta, di booking; puro fai-da-te sotto tutti gli aspetti, dalla creazione dei brani alla stampa fino alla vendita. Il nostro cachet è di 250 euro, non sempre garantito, e i costi sono altissimi.

Autosufficienza o non autosufficienza? Essere musicisti è un lavoro? O è solo un precariato lungo una vita. E la pensione?
L'autosufficienza indie non è solo un vanto, ma anche una necessità. È estremamente difficile trovare - e pagare- professionalità adeguate alle esigenze di una band, e allora ci si autoproduce, e spesso lo si fa sorprendentemente bene. Ma l'ideale sarebbe suonare e lasciare il resto ad altri. Essere artisti poi, senza virgolette, è una condizione umana di tutti, che si può coltivare o frustrare. Qui e oggi le professioni artistiche tendono a essere considerate come un hobby o tutt'al più un vezzo, e diventa meno che precariato, è come essere un fuoco in una grotta, che prova a illuminare uno spazio angusto consumando quel po' di ossigeno che trova finché ce n'è. 

Una cosa che dovrebbe fare la politica per i musicisti e una cosa che non dovrebbe fare...
Intanto ci sono molte cose che potrebbero e dovrebbero fare i privati: creare professionalità e richiedere professionalità soprattutto. Le istituzioni non dovrebbero fare proprio nulla: dovrebbero mostrare lungimiranza e detassare, snellire, facilitare, liberarci, in una parola sparire -soprattutto la SIAE e tutte quelle leggine assurde figlie del fascismo che ancora trovi sfogliando il Testo Unico sulle Leggi di Pubblica Sicurezza; perché l'arte è da sempre una delle cose simboliche che caratterizzano la nostra nazione nel mondo ed è stretta in troppe pastoie. 

Hai mai pensato di smettere? Un momento in cui hai detto: ora mi trovo un lavoro serio…
A volte ti dici che sarebbe bello cominciare. Qui e oggi devi campare del cosiddetto lavoro serio, chiudere Peter Pan nell'armadio e relegare la creatività agli spazi che puoi permetterti di darle, sperando di non trascurarla o, curandola, di non andarci troppo sotto. Separare la vita dalla cosiddetta arte, nasconderti, scinderti e coltivarti la tua bella schizofrenia quotidiana.

Una cosa che invidi dell’estero e della vita dei musicisti all’estero…
Nell'estero della fantasia e del sentito dire, quello dove tutto sembra perfetto, la mentalità, l'idea di poter svolgere una professione creativa senza paura del futuro e senza spiegazioni. 

Qualche tempo fa “Il paese è reale” promosso dagli Afterhours sembrò dare un segnale di coesione tra musicisti indipendenti. C’è vera coesione? C’è una scena italiana? O solo tanta voglia di emergere? Insomma: esiste la solidarietà tra musicisti?
Non so se ci sia a quei livelli, mi piace pensare di sì. Nella scena siciliana c'è dentro di tutto: io vedo soprattutto una grande diffidenza, che è spesso bello poi sfondare e scoprire infondata. Appena inizi a frequentare altri musicisti, ad ascoltarli e a organizzare davvero cose con loro, scopri che hanno le tue stesse insicurezze e i tuoi stessi bisogni, ed è una rivelazione. Una realtà come quella dell'Arsenale è stata, nei momenti in cui ho potuto frequentarla, illuminante in tal senso.

E l'Arsenale? Può essere un modello esportabile in altre regioni? Come la vedi la realtà dell’Arsenale in Sicilia?
L'Arsenale è una realtà indispensabile, che in un certo senso doveva nascere, per forza. Nella triste assenza di un mercato musicale serio capace di offrire varchi d'accesso e professionalità, la loro apparente anarchia (solo apparente: sono organizzatissimi) lascia ben sperare e va copiata, emulata, esportata, imitata.


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Autore

Riccardo Marra
Email: riccardomarra@hotmail.it
Età: 29
Sesso: M
Regione: Sicilia
Provincia: Catania

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REDAZIONE USTATION MUSICA