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L'Italia non è un Paese di bamboccioni

Scritto da Redazione Ustation il 18 ottobre 2010

Claudia Cucchiarato, giovane laureata emigrata a Barcellona, cura un blog dove i suoi coetanei possono raccontare le loro storie lontano dalla madrepatria

"Tutte le storie che si trovano in questo libro potrebbe raccontarle una mappa. Quella dell’Europa unita. Ma anche quella delle rotte aeree, ferroviarie, marittime. Le rotte che in tanti hanno seguito nei secoli scorsi. E che continuano a seguire, oggi, i nostrani viaggiatori inquieti, eredi della diaspora del Novecento. Questo libro parla di loro. Di giovani italiani in viaggio, con una mappa in tasca. Non di cervelli in fuga. Non solo e non necessariamente. Parla di persone, spesso laureate, che prendono un volo low-cost, una nave o un treno e oltrepassano i confini del nostro paese con poche cose nello zaino e molte aspettative in testa."

Così comincia il libro “Vivo Altrove” di Claudia Cucchiarato, una giovane laureata italiana che da qualche tempo vive all’estero e da lì ha iniziato a raccontare la sua storia. E non solo sua: sono tanti i suoi coetanei che nel libro, e nel blog omonimo, hanno trovato un modo di confrontare le proprie esperienze.
Ustation ha intervistato Claudia, per farci spiegare come vive fuori  dall’Italia e quali sono i suoi sogni, le sue aspettative.

Ascolta l’intervista a Claudia Cucchiarato

Cosa è Vivo Altrove? da quale esigenza nasce?
Io vivo a Barcellona da 5 anni, e quando sono arrivata qui mi sono resa conto che non ero l’unica giovane italiana ad abitarci. Ho iniziato a scrivere di questo fenomeno su diversi giornali, italiani e spagnoli e da qui poi è nato il blog. Barcellona non è l’unica città in cui i miei coetanei vivono: Berlino, Londra, Parigi, Amsterdam: ho quindi ampliato la mia ricerca e a maggio è uscito questo libro, appunto “Vivo Altrove”. E dalle numerose testimonianze che mi sono arrivate, da giovani come me che vivevano all’estero e che volevano raccontarmi la loro storia, ho deciso di aprire uno spazio: il blog nasce proprio dall’esigenza di dare spazio a tutti quelli che non sono riuscita ad inserire nel libro. E da quando è nato, è diventato uno spazio di confronto, dove i partecipanti si raccontano e commentano. E adesso io mi dedico alla gestione di questo sito, che parla di un fenomeno non molto conosciuto, non ne parlano in molti”.

La Spagna per te rappresenta la Terra Promessa?
La Spagna, e in particolare Barcellona, che è come una nazione a parte, per me è stata un posto dove mi sono sentita bene, dove potevo trovare un lavoro e una qualità di vita rassicurante e gratificante. Diverso da quello che avevo visto in Italia: io mi sono scoraggiata subito e sono andata via, e come me molti altri.

La Terra Promessa non esiste: Londra, gli Stati Uniti non sono il posto ideale dove vivere, ma almeno nella quasi totalità delle volte si trova una speranza. Si scopre che con le proprie gambe ce la puoi fare, pur non essendo nessuno: non c’è qualcuno che ti conosce o che ti può raccomandare. Purtroppo invece in Italia, quasi sempre c’è una constatazione di una sconfitta in partenza: è difficile che riesci a diventare qualcuno se non hai i contatti giusti, se non hai una serie di garanzie. Sfortunatamente è un sistema tra i meno meritocratici al mondo: io mi limito a constatare questa realtà, a dare voce a chi lo ha constatato. Non per criticare ma per far prendere coscienza di questa situazione."

Come si decide di andare via, di lasciare il proprio Paese?
"Oggi è comunque più facile andarsene, e vivere in una grande capitale, anche perché si può tornare facilmente con dei voli low cost. Ed poi più facile tenersi in contatto con i propri familiari e amici attraverso la tecnologia, Skype, Voip. Nonostante questo, quella di andarsene è una decisione dolorosa, soprattutto per i genitori che vedono andare via i propri figli.

Quando però si è presi questa decisione dolorosa, poi ci si impegna un po’ di più, si tirano fuori le unghie, si cerca di essere più intraprendenti. E anche se non è la Terra Promessa, spesso si ottengono cose che in Italia non si è riusciti a ottenere. Ci si mette in discussione un po’ di più e si cresce. La nostra non è una nazione di bamboccioni, che vanno via perché viziati o per un prurito,i giovani si mettono in discussione e grazie alle proprie energie possono riuscire a dire “Ce l’ho fatta”.

Ti piacerebbe tornare in Italia?
"Io sto censendo questa popolazione di emigrati sconosciuti, di cui l’Italia si occupa molto poco. E nel giro di pochi giorni abbiamo raccolto più di 23 mila storie, di persone che se ne vanno. E quasi la metà di queste persone non se ne vanno per lavoro, ma per scelta. Perché l’Italia è un paese dove non è solo difficile lavorare, ma anche difficile vivere: non c’è fiducia, non c’è speranza.
Io per esempio ho scelto di andare via a vivere in una città più a mia dimensione. E quindi non è solo una questione di lavoro: se io trovassi davvero un lavoro migliore in Italia, tornerei. Ma ci sono molte cose in Italia, che noti di più quando sei fuori, a cui sarebbe molto difficile riabituarsi.

Io però non sono pessimista: credo e spero che è inevitabile che ci sarà una sorta di rivoluzione culturale, e che la gente torni a vivere in Italia. Non è impossibile da raggiungere anzi è necessaria: presto ci saranno le condizioni per farlo. E a quel punto io vorrò avere l’opportunità di scegliere di tornare o di rimanere fuori"


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