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Catania, cosa ci ha insegnato la festa di Sant'Agata
Inviato da Gianluca Reale il 06 febbraio 2012La festa di Sant'Agata si è conclusa amaramente e a mettere il sigillo su questo triste epilogo è stato lo stesso parroco della Cattedrale, stamattina, quando ha dovuto assistere a uno spettacolo davvero increscioso di contrapposizione tra frange di devoti. «Sant'Agata quest'anno ci sta insegnando la violenza», ha detto il prelato. E certo non è stato uno spettacolo edificante. Così come non lo era stato il tentativo, di obbligare il fercolo ad affrontare la salita di san giuliano che il capovara aveva giudicato troppo pericolose per via delle basole eccessivamente scivolose con la pioggia della notte. Fercolo preso a scossoni, uno dei meccanici impegnati all'interno che si è ferito a una mano. E la più dolorosa di tutte le ammissioni uscita dalla bocca del "capovara": «ma dove sono le istituzioni? Qui non s'è visto nessuno». Insomma, in preda a un gruppo di devoti -ultras che voleva fare il bello e il cattivo tempo.
La festa di Sant'Agata è una grandiosa e spettacolare festa di popolo. Innegabile. Tre giorni che coinvolgono tutta la città e tutte le fasce sociali, tra fede e folclore. E diciamo pure piccoli e sacrosanti affari. Tre giorni in cui, però, le istituzioni sembrano lasciare questa meravigliosa festa quasi in autogestione. Perché nonostante le ordinanze del sindaco, i vigili urbani in strada, le raccomandazioni del vescovo e le indagini della procura sulle infiltrazioni criminali, la festa cammina per i fatti suoi. E dunque anche l'episodio di questa mattina è sintomatico di questo andazzo. In mano a chi?
Sicuramente non in mano, quantomeno saldamente, di chi dovrebbe irreggimentarla in canoni da paese civile. L'ordinanza sul divieto di portare in giro i ceri accessi il sindaco la fa ogni anno, in parte viene rispettata, ma gli ultras della festa (che non sono pochi) non ci pensano nemmeno e continuano a trasportare i grandi ceri accesi e colanti lungo le strade della città. Allora a cosa vale l'ordinanza? Soltanto a tutelare il Comune da eventuali causa risarcitorie per possibili incidenti?
Ancora. Nelle vie in cui transita il fercolo dal nulla spuntano bancarelle, crispellerie on the road con bombole, fuochi, pentoloni di olio bollente, bracieri accesi per "arrusti e mangia" nati all'improvviso, bancarelle di torroni, calia, semenza e quant'altro. In realtà questi signori si piazzano ovunque, senza nessun controllo né sulla superficie occupata né sulle norme igienico sanitarie. E questo nonostante un'altra ordinanza del sindaco (l'anno scorso strombazzata, quest'anno non se n'è saputo nulla) che vieta i bracieri in strada e l'uso delle bombole.
Insomma è la debacle dell'istituzione, del diritto, del rispetto delle normative, ma anche dell'intelligenza e della stima di sé delle istituzioni. Il capovara, mentre il fercolo questa mattina veniva scosso dai devoti ultras che volevano a tutti i costi fare una pericolosa salita di Sangiuliano, ha chiesto: "Dove sono le istituzioni? Qui non s'è visto nessuno". E infatti le istituzioni sono assenti, in ritirata timorosa. La festa è nelle mani di nessuno, o meglio di chiunque. Si autoregolamenta e la responsabilità del popolo di Sant'Agata in questo ha (quasi) sempre funzionato. Ma ci si può affidare a questo?
Si obietterà che è un'occasione per dare sfogo economico alla città, in questi due giorni arrustitori, crispellari, torronari tirano su qualcosa. Però, ci si dovrebbe chiedere, c'è un modo di far lavorare questi signori senza abdicare al diritto e allo Stato? Ci potrebbe essere una regia più attenta da parte del Comune, con l'aiuto della prefettura e delle forze dell'ordine? Per esempio, una preliminare individuazione degli spazi in cui è possibile mettere le bancarelle senza occludere abitazioni e ingressi civili, richiedere standard di sicurezza minimi su fuochi, bombole e bracieri, semmai far pagare una tassa di suolo pubblico, senza tante trafile burocratiche ma disponendo per tempo il servizio o girando sulle strade teatro della festa per esigere una riscossione, anche minima. E poi controllare con le forze dell'ordine che tutto si svolga secondo le regole. Sarebbero tutti segnali di una presenza. Di un controllo non affidato a chissà chi, ma all'istituzione. Forse potrebbe essere una festa ancora più bella, dove popolo, tradizione, fede si mischiano senza cancellare lo Stato in un momento in cui l'apprendimento di regole di convivenza vale più di mille ore di lezione civica a scuola. Perché oltre alla teoria, bisogna fare la pratica. E quella ancora manca.
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Autore
Giornalista dell'agenzia Blu Media, sono stato il responsabile di Radio Zammù, la radio dell'università di Catania. E ho anche scritto un libro "Tangueria" (A&B Editrice)!

