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Ricerca & Scienza

Intervista a Mariastella Scandola

Inviato da il tascapane il 19 gennaio 2012

Mariastella Scandola è professore ordinario presso la Facoltà di Scienze MM.FF.NN. dell'Università di Bologna e coordinatrice del gruppo Materiali Polimerici presso il Dipartimento di Chimica ‘G. Ciamician'. È autrice di più di 100 pubblicazioni su riviste internazionali e di 4 brevetti. Le chiediamo un'intervista telefonica e accetta.

Cosa ne pensa di Minerv, la bioplastica che si scioglie in acqua?

Plastiche solubili in acqua sono note da tempo (polietilenossido, polivinilalcool, acido poliacrilico ecc.). Come si può sciogliere dello zucchero o del sale da cucina in acqua dando luogo ad una soluzione trasparente, così anche il polimero può sciogliersi in acqua diventando invisibile all'occhio umano ma restando presente nella soluzione acquosa con la sua struttura macromolecolare (molecola a lunga catena). Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la biodegradazione di cui tanto si parla - spesso a sproposito - al giorno d'oggi.
Altra cosa, rispetto alla solubilizzazione, è il fenomeno degradativo (cioè la frammentazione della lunga catena a dare molecole piccole) che può intervenire in acqua e che numerosi polimeri possono subire in tempi più o meno lunghi. Solo nel caso in cui questo fenomeno di degradazione sia promosso dall'intervento di microorganismi (batteri, funghi, alghe) esso può venire correttamente detto biodegradazione.
Tornando alla sua domanda, non sono a conoscenza delle peculiarità dei PHA pubblicizzati col nome Minerv, ma da quanto si evince dalle poche informazioni disponibili in rete non mi pare vi sia nulla di particolarmente nuovo. La possibilità di produrre poliidrossialcanoati (PHA) da zuccheri o da scarti della lavorazione dello zucchero, così come da altri scarti dell'industria alimentare, è cosa nota da tempo. E' ben noto inoltre che i PHA sono biodegradabili in molti ambienti diversi, incluso in acqua di mare e di fiume. Premettendo che non è del tutto chiaro se la denominazione Minerv si riferisca ad un prodotto o una tecnologia, sarebbe interessante sapere quali rese in prodotto vengono ottenute, quale è la capacità produttiva annua e se è stato risolto in modo innovativo il ‘downstreaming' (recupero del prodotto) che è a tutt'oggi uno dei punti critici della produzione dei PHA.


Quali sono i suoi progetti di ricerca internazionali?


Attualmente sono impegnata, insieme a dei miei colleghi, a due progetti di ricerca finanziati dall'Unione Europea:
EcoBioCap (Ecoefficient Biodegradable Composite Advanced Packaging) con l'obiettivo di fornire alle industrie alimentari soluzioni di packaging biodegradabile con benefici sia per l'ambiente che per la sicurezza alimentare.
L'altro progetto si chiama PLASTiCE (PLASTIC In Central Europe) e riunisce 13 partners provenienti da 4 paesi dell' Europa Centrale (Slovenia, Italia, Slovacchia e Polonia), coordinato dall'Istituto Nazionale di Chimica di Lubiana. PLASTICE ha come scopo l'identificazione e la rimozione degli ostacoli che tuttora ritardano l'uso generalizzato di plastiche eco-sostenibili nell'Europa Centrale, in particolare le plastiche biodegradabili e quelle derivanti da fonti rinnovabili. PLASTICE creerà degli ‘info point' nelle nazioni partecipanti, metterà a disposizione dell'industria le conoscenze scientifiche dei partner, e organizzerà eventi per sensibilizzare addetti ai lavori e cittadini sul tema delle bioplastiche.

www.plastice.org
www.ecobiocap.eu

 

 

 

 


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