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I cattivi maestri
Inviato da titolidicoda.org il 21 febbraio 2010
di Stefano Martella
Ho sempre amato la Grecia, le sue isole specialmente. Sono convinto che il ritorno da una di queste porti con sé la scoperta di una verità. Per questo nell' agosto del 2009 mi trovavo a Zante, la "musa" di Ugo Foscolo.
In compagnia della mia ragazza, girai l'isola sin dentro la sua pancia e un giorno, girovagando, ci trovammo a Volimes, piccolo paesino di montagna abitato perlopiù da artigiani che lavoravano tessuti. Solo in seguito scoprii che la fama di quelle stoffe era famosa in tutto il mondo.
In una stradina incrociammo con lo sguardo un cartello con su scritto: " weaving workshop tradicionaly woven, George Spinos". Decidemmo allora che George meritava la nostra visita.
Alla porta ci accolse il sorriso della moglie che con garbo ci fece entrare nella rustica abitazione e ci invitò ad accomodarci, mentre lei si accingeva a preparare qualcosa da bere.
Inizialmente tutto questa accoglienza mi spiazzò, ero infatti convinto di trovare un negozietto, magari un pò "spartano" ma pur sempre qualcosa che assomigliasse ad un esercizio commerciale; mi trovai invece seduto ad una tavola, nel giardino di una famiglia di autoctoni.
L' imbarazzo iniziale passò in fretta, grazie alla gentilezza della signora e ad una sensazione che gradualmente si stava impadronendo di me: la lentezza. Avevo infatti l'impressione che in quel momento, in quel paesino il tempo si fosse fermato, anche lui come noi a prendersi un caffè freddo. Mi abbandonai al totale silenzio dell'ambiente che mi era attorno e con convinzione posso dire che mi rilassai.
Dopo qualche minuto, sempre con molta calma, fece ritorno la moglie ed insieme a lei arrivò George che ci salutò in greco, si sedette e si accese una sigaretta. La donna porse le bevande e tutti e quattro cominciammo a dissetarci dal gran caldo. L'uomo non spiccicava una parola di inglese al contrario della consorte che invece ne era più o meno pratica, quasi tutta la conversazione seguì quindi le regole di quell'universale lingua che è l'intesa.
Egli faceva parte di quella cerchia di uomini in estinzione che usano e dosano le parole come fossero sacre reliquie; riconobbe subito la nostra provenienza pronunciando una frase che sull'isola aveva molto seguito: "italiani! Una faccia una razza!". Fece allora un soddisfatto ghigno ed esclamò nuovamente: "Berlusconi, tv e signorine".
Non era la prima volta che constatavo come venisse sintetizzata all'estero l'immagine del mio paese, non mi suonavano nuove quelle parole stereotipate, quei luoghi comuni. Tuttavia in quell'occasione mi vergognai più del solito. Come un tuono squarcia una candida giornata di primavera cosi quella considerazione violentò la mia precaria quiete.
Dunque sorrisi amaramente e con l'ausilio della padrona di casa cominciammo a parlare di politica. George mi fece presente della notevole corruzione che aleggiava nei "palazzi" greci e di altri problemi, si dimostrò molto informato sui processi pendenti su Silvio Berlusconi e mi chiese del perchè gli italiani continuassero a votarlo ripetutamente; risposi che racchiudevo l'argomento in una matrice culturale più che prettamente politica.
La discussione continuò a lungo, frammentata da momenti di religioso silenzio. Finimmo col discorrere e ci recammo nel "laboratorio" tessile, questo era composto da macchinari che ricordo di aver visto solo in qualche museo locale o in documentari storici; comprammo quindi due tappeti e ci salutammo.
Mentre percorrevo la strada del ritorno una riflessione mi tenne compagnia per tutto il tragitto: un artigiano, abitante di uno sperduto paesino, su un' isola greca, conosceva l'Italia più degli italiani.
Quanto affermato potrà sembrare provocatorio ma il nostro non è forse un paese che ha estromesso la politica dai propri discorsi? Il riferimento non è ai vari "salotti" della politica quali "ballarò, "porta a porta" e via dicendo ma bensì alla società civile, la più giovane specialmente. Ebbene abbiamo paura di parlare di politica o meglio la si considera noiosa e tediosa quasi deprimente; per molti intraprendere il discorso in questione equivale all'autoflagellazione ad una vera e propria forma di masochismo.
"Destra e sinistra sono tutti uguali", "uno vale l'altro, non cambierà mai nulla" questi sono gli spot di una compagine dilagante, queste sono le frasi che uccidono la democrazia. Probabile che per questi signori non vi sia nessuna differenza tra Mussolini e De Gasperi, fra Stalin e Gorbaciov; possibile che a conti fatti vivere privati dei fondamentali diritti umani non sia poi cosi diverso dal poter esprimere liberamente il proprio pensiero, dall' essere tutelati da uno stato di diritto.
Tempo addietro vidi in televisione delle interviste ad alcuni ragazzi tra venti e trent'anni, il giornalista poneva delle domande abbastanza semplici per chi si possa definire italiano, tuttavia dalle risposte uscì fuori di tutto: Pier Silvio Berlusconi Presidente della Repubblica, Ciampi Presidente del Consiglio ed altre risate.
"Dio si conosce meglio nell'ignoranza" citava sapientemente S. Agostino ed allora è ipotizzabile che il nostro sia solo un popolo in cerca di redenzione. La strada che si è deciso di intraprendere per raggiungere il paradiso è però alquanto pericolosa.
Aristotele considerava un individuo che non si interessava di politica un "meno che uomo", spingendosi oltre, egli affermava che "gli uomini colti sono superiori agli uomini incolti nella stessa misura in cui i vivi sono superiori ai morti". Nell' antica Grecia infatti chi non si occupava della cosa pubblica, chi rimaneva indifferente a logiche di rappresentanza e governo era considerato qualcosa di molto vicino ad un interdetto mentale. Adesso la società attuale è senza dubbio più complessa e burocratica ma non giustifica che un allontamento dalla politica sia un comportamento quantomeno controproducente. Inoltre rintanarsi dietro la pur condivisibile analisi che siano le stesse istituzioni ad aver creato un muro di incomunicabilità, ad allontanarsi dalle esigenze concrete dei cittadini è sintomo di una preoccupante vigliaccheria e arrendevolezza.
Gli italiani appartengono ad uno stato fondato su una repubblica democratica, al contrario di altri "cittadini del mondo", hanno la fortuna di poter entrare in un urna ed esprimere un voto critico, ponderato, basato su convinzioni personali frutto di una società libera, per quanto possa essere contestata.
Partire da una profonda autocritica è il primo passo necessario per migliorarsi e migliorare la classe politica, specchio della rispettiva società.
Possiamo quindi decidere o di onorare i nostri padri costituenti e scegliere di godere appieno le potenzialità della democrazia, fungendo da cittadini attivi oppure accettare, come sosteneva Indro Montanelli che "la servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi".
Tuttavia è probabile che abbia citato e seguito troppo gli esempi di cattivi maestri. Esiste però una realtà che non possiamo nascondere: una consapevole indifferenza nei confronti delle classi dirigenziali è un sentimento che porta all'autodistruzione; innegabilmente anche se noi non vogliamo occuparci di loro, loro si occuperano lo stesso di noi, in qualsiasi modo e con qualunque mezzo.
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